Sempre più Patriot Act

E’ servito uno sforzo titanico e paradossale per convincere il senatore repubblicano Rand Paul a votare in favore dell’estensione dei punti salienti del Patriot Act, il pacchetto di sicurezza firmato da George W. Bush nell’ottobre del 2001, ovvero il simbolo legale della guerra al terrore. La scadenza del termine per il rinnovo, era fissata un minuto dopo la mezzanotte, le sei di questa mattina in Italia. Paul ha messo in piedi una battaglia di trincea contro le tre parti della legge che erano in scadenza a febbraio e che il presidente americano, Barack Obama, ha prolungato.
22 AGO 20
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Gli articoli in questione permettono al governo americano di monitorare i cittadini stranieri sulla base di semplici sospetti – i “lupi solitari” che si avvicinano all’estremismo navigando in rete – di consultare i tabulati telefonici e conti bancari di sospetti terroristi e di mettere sotto controllo linee telefoniche anche se usate da sospettati soltanto in modo saltuario (se ad esempio una chiamata sospetta parte da un call center il governo è autorizzato ad ascoltare tutte le conversazioni che passano da quell’utenza, anche se cambiano gli interlocutori).
Dopo il passaggio alla Camera, la legge è stata bloccata non dai garantisti dell’ultrasinistra che hanno fatto il diavolo a quattro contro il Patriot Act negli anni di Bush e nemmeno dalle associazioni per i diritti civili come l’Aclu, ma dal senatore simbolo del Tea Party, che in ottemperanza al suo spirito libertario non può tollerare che il governo “violi il quarto emendamento alla Costituzione” ficcando il suo naso inquisitore nella vita della gente.
Nel gioco delle parti invertite il leader del Senato, Harry Reid, fa la parte del grande difensore di Bush e Cheney. Con Paul ha usato prima toni democratici – “rispetto le sue convinzioni” – poi ha perso la pazienza ed è arrivato al ricatto morale: la posizione di Paul “aumenta il rischio di attacchi terroristici sul suolo nazionale e diminuisce le nostre capacità di dare il colpo di grazia ad al Qaida”. Rand Paul non ci ha più visto e invece di iniziare a rientrare nei ranghi dopo una settimana di intransigenza si è avventato contro gli “insulti” di Reid. In effetti la posizione del leader dei democratici sa di opportunismo: in un dibattito identico sul rinnovo del Patriot Act nel 2006 il senatore del Nevada era l’avvocato degli emendamenti a questa legge illiberale e già nel dicembre 2001 diceva all’Amministrazione di “darsi una calmata” sulla cessione di libertà civili in cambio di sicurezza. Ora addirittura ha tirato fuori una dimenticata procedura parlamentare per ridurre il dibattito sugli emendamenti (in questo caso trenta ore di sessione). Obama è il demiurgo della dottrina Reid e da mesi la Casa Bianca fa pressione per il rinnovo. Ma nel 2005 il senatore Obama scriveva lettere ai colleghi per lamentarsi che “nell’ultima settimana di sessione il Senato è costretto ad autorizzare il Patriot Act senza un opportuno spazio per il dibattito”. Versione estesa del motto di Paul: “Voglio il dibattito e voglio gli emendamenti!”.
Paul, che ha il sostegno del padre Ron, candidato alla presidenza nel 2012, si ritrova a essere molto vicino alle posizioni del senatore liberal Ron Wyden, membro della commissione Intelligence, che in un’intervista a Spencer Ackerman di Wired spiega che il controllo del governo è molto più esteso e profondo di quanto la legge apparentemente consenta. “C’è un gap fra quello che il pubblico crede che la legge dica e quello che il governo americano segretamente pensa che la legge dica”, ha detto parlando di un emendamento proposto al Senato e che all’avversario Paul non dispiace affatto. Se il clima politico sul Patriot Act può confondere, l’aspetto lunare è che gli attivisti di Aclu stanno facendo una cosa che non fanno mai, tacere. Nel 2009 si dolevano che il Patriot Act “ha portato a grandiosi abusi da parte del governo”, mentre ora che il piano è benedetto dall’establishment democratico non hanno né una parola di condanna per Obama (e Bush) né una di solidarietà per Rand Paul.